Ti voglio raccontare qualcosa che ho visto succedere decine e decine di volte.
Un’azienda scopre gli strumenti di intelligenza artificiale per creare contenuti. Inizia a pubblicare articoli a raffica. Il traffico organico sale. I responsabili marketing esultano, mostrano i grafici in crescita ai loro capi, magari diventano addirittura un caso di studio pubblicato da qualche fornitore di strumenti IA. Tutto sembra andare benissimo.
Poi, nel giro di qualche mese, il traffico crolla. Non scende gradualmente, precipita. E spesso finisce ben al di sotto del punto di partenza.
Questo schema si ripete con una frequenza preoccupante, e i dati che sono emersi negli ultimi mesi lo confermano in modo inequivocabile.
Lily Ray, una delle voci più ascoltate nel settore SEO a livello internazionale, ha monitorato per mesi oltre 220 siti che avevano adottato strumenti di automazione dei contenuti basati sull’IA. I risultati sono tutt’altro che incoraggianti: il 54% di questi siti ha perso almeno il 30% del proprio traffico organico rispetto al picco raggiunto. Il 39% ne ha perso la metà. Il 22% ha visto sparire oltre i tre quarti del traffico.
Parliamo di siti reali, in settori diversissimi: sicurezza informatica, viaggi, marketing, sanità, servizi B2B, finanza digitale, beni di consumo. Il problema non è circoscritto a una nicchia. È trasversale.
Il grafico
C’è un nome che circola tra i consulenti SEO per descrivere questo fenomeno: “Mount AI”. Una crescita ripida e rapida, seguita da un crollo altrettanto ripido e letale. La forma del grafico assomiglia a una montagna, con un picco netto e due versanti asimmetrici.
Quello che succede tecnicamente è sempre lo stesso. In un arco di sei-dodici mesi, il sito pubblica centinaia o migliaia di pagine generate con strumenti IA. Ne esistono davvero parecchi. Il traffico cresce, perché Google inizialmente indicizza suddette pagine e le mostra nei risultati. Poi, una volta che il sistema di Google ha raccolto abbastanza segnali per capire cosa sta succedendo, arriva la correzione. E quella correzione fa male.
Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. Il problema è come viene usata.
Nel momento in cui l’obiettivo diventa pubblicare il maggior numero possibile di pagine nel minor tempo possibile, senza che nessun essere umano le legga davvero, si entra in un territorio che Google e gli altri motori di ricerca hanno imparato a riconoscere e penalizzare in modo sempre più preciso.
Un copione già visto
Se hai qualche anno di esperienza nel marketing digitale, questa storia ti suona familiare. E non a caso.
Nel settembre 2023, Google ha lanciato il cosiddetto “Helpful Content Update“, ne ho parlato in questa guida SEO, un aggiornamento pensato esplicitamente per colpire i contenuti “creati per i motori di ricerca anziché per le persone”. Sei mesi dopo, nel marzo 2024, è arrivato un altro aggiornamento principale ancora più pesante, con l’obiettivo dichiarato di ridurre del 45% i contenuti inutili nei risultati di ricerca. Contemporaneamente, Google ha introdotto una nuova policy chiamata “abuso di contenuti su larga scala“, che ha messo nel mirino la creazione massiva di pagine con lo scopo principale di manipolare il posizionamento.
Molti siti non si sono ancora ripresi da tali aggiornamenti, nonostante anni di lavoro per sistemare la situazione. Alcuni di loro pubblicavano contenuti scritti da persone reali, non dall’IA, ma avevano adottato framework SEO talmente aggressivi da finire comunque nel mirino degli algoritmi.
Ora, con gli strumenti IA, la stessa cosa si ripete ma in modo accelerato. La velocità con cui questi strumenti permettono di produrre contenuti amplifica il problema in modo esponenziale. Un sito che prima ci metteva 2 anni a costruire un’architettura di contenuti rischiosa, oggi ci mette tre mesi.
Gli 8 schemi che attirano i problemi
Analizzando le pagine con più traffico sui siti in calo, emerge sempre una combinazione degli stessi schemi ripetuti.
Vale la pena conoscerli bene, perché probabilmente ne hai già visto qualcuno, o magari li stai usando senza rendertene conto.
1. Le pagine “A vs B”
Hai presente quei siti che pubblicano decine di confronti tra prodotti? “Prodotto A contro Prodotto B”, “Strumento X contro Strumento Y”. Se questo approccio viene replicato sistematicamente per ogni possibile combinazione di concorrenti in una categoria, Google lo riconosce come schema artificiale. Non conta se i singoli articoli sono ben scritti, è la logica industriale di produzione a fare danni.
2. Il glossario “Cos’è X”
Pagine pensate per rispondere a una singola domanda secca, con URL del tipo /glossario/[termine] o /risorse/cos-e-[termine]. Utili? In teoria sì. Ma quando vengono prodotte in blocco partendo da un unico modello e replicate anche in più lingue senza revisione umana, diventano rapidamente un contenuto di bassa qualità su larga scala. E i problemi di qualità che nascono dalle traduzioni automatiche non revisionate aggravano ulteriormente la situazione.
3. Le liste “I migliori X per Y”
Il formato più antico del content marketing SEO, nato nell’era dei contenuti di affiliate marketing. Ancora oggi funziona, quando è fatto bene. Ma quando una piattaforma IA genera automaticamente decine di queste liste per ogni possibile combinazione di categoria e pubblico, il risultato è prevedibile. Si creano pagine intercambiabili che non aggiungono nessun valore reale rispetto a quanto già esiste nei risultati di ricerca.
4. Le liste autopromozionali
Si entra in un territorio ancora più scivoloso. È il formato in cui l’azienda stessa pubblica articoli del tipo “I 10 migliori strumenti di X (e il nostro è il numero 1)”. Google ha esplicitamente detto che le pagine di recensioni e confronti dovrebbero dimostrare di aver effettivamente testato i prodotti valutati. Quando è evidente che nessuno ha fatto nessun test, il rischio aumenta di molto.
Tale schema è finito nel mirino di un aggiornamento non ufficiale di Google avvenuto verso il 21 gennaio 2026, che ha colpito almeno 40 siti identificati da Ray. Molti di loro sono crollati tra il 40% e il 95% nel giro di pochi mesi.
5. Le pagine sulle alternative ai concorrenti
Schema /blog/[marchio-concorrente]-alternative. Anche questo formato ha un senso commerciale evidente. Chi cerca alternative a un prodotto che conosce già è un potenziale cliente caldo. Ma quando si creano centinaia di queste pagine in modo automatico, una per ogni concorrente nominabile nella categoria, si ottiene un’architettura di contenuto che Google fatica a considerare genuina.
6. La scalabilità per posizione geografica e lingua
Creare una landing page identica per ogni città, provincia o regione in cui si vorrebbe comparire. Un trucco vecchio di dieci anni che ha già fatto chiudere molti siti in passato. Con l’IA, è diventato più facile che mai replicarlo su scala nazionale o internazionale. E più facile che mai finire nei guai.
Se l’azienda che pubblica queste pagine non ha nemmeno una presenza fisica nei luoghi a cui si rivolge, il problema si amplifica ulteriormente.
7. Le pagine FAQ
Ogni pagina risponde esattamente a una domanda. URL strutturato con la domanda completa. Risposta nel primo paragrafo. Elenco puntato nel corpo. Markup strutturato in fondo. È il formato perfetto per ottenere citazioni dai sistemi di ricerca basati sull’IA, almeno sulla carta. Nella realtà, quando questo approccio viene moltiplicato per centinaia o migliaia di domande, produce un sito gonfio di contenuti di scarso valore che i sistemi di Google segnalano come problematici.
Non è un caso che Google abbia recentemente annunciato la dismissione dei Rich Results per le FAQ.
8. Contenuti completamente fuori tema
Pubblicare articoli che non hanno nessuna connessione logica con l’attività dell’azienda è forse l’errore più clamoroso, eppure si vede regolarmente. Barzellette su un sito B2B. Oroscopi su una piattaforma di servizi professionali. Elenchi di nomi per bambini su un sito di sicurezza informatica. Questi contenuti fuori contesto erano già stati uno dei fattori che avevano contribuito alle penalizzazioni del 2023 e del 2024. Con l’IA è diventato ancora più semplice cadere in questa trappola.
Perché i case study possono diventare un problema
C’è un dettaglio curioso che emerge dall’analisi di Ray. In molti casi, il calo del traffico è iniziato dopo che il sito era stato citato come caso di successo da un fornitore di strumenti IA.
Una possibile spiegazione è che la pubblicazione del caso di studio attiri l’attenzione su quel sito, inclusa quella di chi monitora i contenuti sospetti. Un’altra è che le aziende che finiscono nei case study siano tendenzialmente quelle che hanno adottato le strategie in modo più aggressivo, e quindi quelle più esposte al rischio.
Quello che è certo è che molti di questi case study sono ancora online, ma le pagine che citano come esempi di successo non esistono più. Sono state rimosse, reindirizzate o eliminate con un errore 404 o 410. Le aziende stanno smontando silenziosamente ciò che avevano costruito, nella speranza di limitare i danni.
Come si usa l’IA senza fare danni?
Dopo aver letto questo articolo, potrebbe sembrare che la cosa più saggia sia evitare qualsiasi strumento IA per la creazione di contenuti. Non è questa la conclusione giusta.
Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è usarla come sostituto del pensiero, non come supporto.
Gli strumenti IA sono utili quando aiutano a fare ricerche più velocemente, a strutturare brief editoriali, a sintetizzare dati interni, a identificare domande del pubblico su cui costruire contenuti di qualità. In suddetti casi, accelerano il lavoro senza abbassare la qualità.
I problemi nascono quando l’obiettivo diventa la quantità. Quando ci si chiede “quante pagine possiamo pubblicare questo mese?” invece di chiedersi “qual è la cosa più utile che possiamo spiegare al nostro pubblico?”.
Ci sono alcune domande che vale la pena farsi prima di pubblicare qualsiasi contenuto prodotto con strumenti di intelligenza artificiale.
Questa pagina esiste davvero perché qualcuno ne ha bisogno, o esiste solo perché potrebbe essere citata da un motore di ricerca? Un concorrente potrebbe pubblicare domani una versione praticamente identica usando lo stesso prompt? Questa pagina aggiunge qualcosa che non si trova già nelle prime dieci posizioni su Google per quella query? Se qualcuno legge questo articolo, impara qualcosa che non avrebbe potuto trovare altrove?
Se la risposta a queste domande non è solida, il contenuto probabilmente non dovrebbe essere pubblicato. O almeno non in quella forma.
Il vantaggio competitivo che non si compra con un abbonamento
C’è un’ultima cosa che emerge chiaramente dai dati di Ray.
I siti che continuano a crescere, anche tra quelli che usano strumenti IA, sono quelli i cui contenuti non rientrano in nessuno degli 8 schemi descritti sopra. Non perché abbiano evitato l’IA, ma perché l’hanno usata in modo diverso.
Quei siti pubblicano meno contenuti, ma ogni pagina porta qualcosa di specifico:
- dati proprietari,
- esperienze dirette,
- analisi originali,
- punti di vista che non si trovano già da qualche altra parte.
È un contenuto che Google, con tutti i suoi aggiornamenti degli ultimi anni, ha dichiarato esplicitamente di voler privilegiare. E che i sistemi di ricerca basati sull’IA, come ChatGPT Search o Perplexity, tendono a citare più frequentemente.
Il vantaggio competitivo, oggi, non lo ottieni pubblicando più contenuti degli altri. Lo ottieni pubblicando contenuti che nessun altro può replicare con un click, perché contengono qualcosa che viene solo dalla tua esperienza diretta, dai tuoi dati, dal tuo punto di vista. Un po’ come l’articolo che stai leggendo.
Quel contenuto non lo genera nessuno strumento IA. Do devi creare tu.
Cosa puoi fare adesso?
Se stai usando strumenti IA per creare contenuti sul tuo sito, o stai valutando di farlo, ecco cosa tenere a mente.
- Prima di tutto, smettila di misurare il successo in numero di pagine pubblicate. È una metrica che non dice nulla sulla qualità e che può portarti fuori strada in modo pericoloso.
- Secondo, guarda la tua architettura. Se riconosci anche solo tre o quattro degli schemi descritti sopra, è il momento di fermarsi e ripensare la strategia di content marketing prima che il problema si manifesti.
- Terzo, assumi qualcuno con esperienza SEO nel processo di costruzione dei contenuti. Non per fare revisioni superficiali, ma per valutare se quello che stai producendo ha senso nel contesto più ampio di come Google ha cambiato il suo approccio negli ultimi anni.
- Quarto, considera la trasparenza. Google raccomanda esplicitamente di essere chiari sull’uso dell’IA nella produzione dei contenuti. Non è una debolezza ammetterlo ma un segnale di serietà.
Il ciclo boom-crollo che stanno vivendo questi 220 siti non è inevitabile.
È il risultato di scelte specifiche, replicabili in modo prevedibile e quindi evitabili con altrettanta precisione.
La confezione è nuova, ma il copione è vecchio. E chi conosce la storia SEO degli ultimi dieci anni sa già come va a finire.

